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Il Giornale di bordo di Cristoforo Colombo

La lettura delle note scritte dall'Ammiraglio genovese nel corso della scoperta dell'America consente di intraprendere uno dei viaggi piu' avventurosi che siano stati compiuti nell'Era moderna

"In Nomine Domini Nostri Jesu Cristi". Con queste parole si apre il diario di navigazione di Cristoforo Colombo.
Il testo, giunto sino ai nostri giorni, e' frutto della trascrizione effettuata dal frate francescano Bartolome' de las Casas, il quale ebbe l'opportunita' di consultare una copia del testo trascritto dall'Ammiraglio di suo pugno e andato perduto chissa' quando e dove.
Il "Giornale di bordo" rappresenta un interessantissimo esempio di letteratura da viaggio, densa di sensazioni, emozioni e rappresentazioni figurative, espressa con un linguaggio a tratti pieno di enfasi e ricco di superlativi assoluti e metafore figurate estremamente efficaci.
La maggior parte del testo espone in terza persona quanto descritto da Colombo e solo raramente viene utilizzato il linguaggio diretto, segno di una interpolazione non facile da decifrare.
La vicenda, comunque, e' ricca di episodi avventurosi, come se si leggesse un romanzo d'appendice, e appare persino impensabile che a quei tempi abbia potuto compiersi un viaggio verso l'ignoto di tale portata.
"Partimmo venerdì 3 agosto 1492, dalla barra di Saltés, alle otto" afferma l'Ammiraglio all'inaugurazione del suo diario di viaggio. Ed ecco che giungono i primi imprevisti: gia' al terzo giorno, infatti, si ruppe il timone della Pinta, il quale che pote' essere riparato alle Canarie solo nei giorni successivi, dove ripararono dall'8 agosto e sino al 6 di settembre.
Il forte vento a favore, alternato a giornate di persistente bonaccia fecero diffidare non pochi marinai circa l'opportunita' di ripercorrere lo stesso viaggio in direzione contraria e l'angoscia di non poter fare ritorno a casa fu combattuta dall'Ammiraglio con ogni mezzo, non ultimo quello di tenere una duplice contabilita' delle miglia percorse.
Il 10 settembre Colombo annota sul suo diario di aver percorso sessanta leghe, "ma metteva in conto solo quarantotto leghe, affinche' la gente non si sgomentasse se il viaggio si fosse rivelato lungo"; tale sistema di doppio calcolo, mantenuto sino a quando fu avvistata terra, gli permise di contenere i malumori dell'equipaggio, che andavano crescendo man mano che trascorrevano le giornate e l'orizzonte continuava ad apparire come una azzurra linea retta.
Dopo un mese di navigazione cominciarono i primi miraggi di avvistamento della terraferma; cosi' come frequenti erano i segnali, o le avvisaglie, che rincuoravano l'equipaggio circa il prossimo approdo delle tre caravelle in qualche baia tranquilla delle Indie: la presenza in volo di cormorani, aironi, rondini di mare e fregate, uccelli che normalmente volano sotto costa, oppure come il 16 di settembre, la navigazione tra grosse zolle erbose, il 18 settembre la presenza di nubi scure e il giorno dopo una pioggerella fina senza vento.
Dopo giornate di scoraggiamento, nella notte tra l'11 e il 12 ottobre, Rodrigo di Triana, marinaio della Pinta, avvista in lontananza la terraferma. La grande esperienza maturata per mare indusse Cristoforo Colombo ad attendere le prime luci dell'alba prima di avvicinarsi alla costa dell'isolotto di Guanahani', chiamato oggi san Salvador o Watlings, nelle Bahamas.
Colombo aveva peregrinato per piu' di un lustro, accreditato presso le corti europee, al fine di ottenere il finanziamento del viaggio alle Indie.
La perseveranza di Colombo circa la buona riuscita della sua missione ha dell'incredibile; a quei tempi intraprendere un viaggio verso l'ignoto, e con le conoscenze cosmografiche e geografiche del tempo, sembrava ben piu' che un azzardo; leggendo l'immane carteggio lasciato dall'Ammiraglio, nonche' gli altrettanto innumerevoli scritti e relazioni circa la grande avventura della scoperta del Nuovo Mondo redatte da storiografi e cronacisti dell'epoca, un dato appare in tutta la sua evidente stranezza: la certezza nelle proprie convinzioni e la perseveranza con le quali Cristoforo Colombo, a cavallo tra il 1487 e il 1492, si fece promotore, presso le principali corti europee, della proposta di giungere alle Indie attraverso la via occidentale.
Si osserva che la sagacia, al limite della cocciutaggine del navigatore genovese possa essere stata suffragata da informazioni di cui Colombo era in possesso e che nessuno all'epoca conosceva, circa le rotte da tenere, i venti da incontrare. Tale ipotesi, benche' suggestiva, non trova alcun riscontro probatorio, e pertanto accettare accettare il mistero e convenire con frate Bartolome' de Las Casas che, nel suo "Storia delle indie", cita che Colombo parlava delle terre da scoprire "come se le tenesse chiuse sotto chiave nella sua stanza".
Ad ogni buon conto, Isabella di Castiglia, per intercessione del suo confessore, si convinse della bonta' della missione esplorativa e autorizzo' il finanziamento dell'impresa. Fu cosi' che, sotto la protezione (oggi diremmo lo sponsor) della cristianissima corona spagnola, l'Ammiraglio ebbe l'opportunita' di avventurarsi per acque inesplorate, veleggiando sospinto da venti allora sconosciuti, e realizzare la piu' grande scoperta dell'Era moderna.
A poco importa che il navigatore genovese, con l'idea di giungere alle Indie per la via occidentale, non avesse immaginato che le terre a cui era giunto erano un nuovo continente; difatti, cio' che Colombo credeva essere Cipango (ovvero l'attuale Giappone), altro non era che l'isola di Cuba, che la gente del posto chiamava Colba.
E non stupisca il fatto che Cristoforo Colombo, dopo aver effettuato altri tre viaggi (nel 1493, 1498 e nel 1502). e dopo mille peripezie di carattere politico, mori' nel maggio 1506 in stato di indigenza senza aver precisamente chiaro di aver effettuato la piu' importante scoperta geografica.
Rimane il grande evento di un uomo che, nel corso delle esplorazioni effettuate, scopri' e perlustro' buona parte degli atolli delle Bahamas, Cuba, Haiti, Giamaica, l'isola di Trinidad (Venezuela) di fronte alle foci dell'Orinoco, Honduras, Nicaragua e Costa Rica.
Una ultima curiosita': il 16 gennaio 1493 Colombo annota sul diario di bordo che, gia' di ritorno in Spagna, si trovava sulla rotta dell'isola di Matinino che, a detta degli indiani che aveva incontrato, era abitata da donne senza uomini. Ecco il riferimento alle mitiche amazzoni. L'Ammiraglio segnala che "in un certo tempo dell'anno andavano da loro gli uomini della suddetta isola di Carib, ... , e se partorivano un bambino lo mandavano all'isola degli uomini, e se era una bambina, la tenevano loro".
Pur non avendo potuto raggiungere tali isole, l'Ammiraglio annota sul suo diario che "era sicuro che vi fossero".

Autore: riccardo
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Il: 28/09/2005
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